La pasta di Ada A Bologna, quella mattina, ero a casa di Ada. Era sabato e dovevamo fare la pasta. Ada era mia nonna. Io ero Luca, suo nipote. Avevo il telefono in mano. «Metti via il telefono», ha detto Ada. «Aspetta, nonna. Può chiamare mia madre.» «Tua madre sa dove sei.» «Sì, ma può chiamare.» «Allora tienilo qui, sul legno.» Ada ha messo la farina sul legno. Ha fatto un buco in mezzo. Poi ha messo due uova nel buco. «Adesso fai tu», ha detto. «Che cosa devo fare?» «Mescola le uova con la farina.» «Con le mani?» «Con le mani.» Ho messo un dito nelle uova. La farina è entrata nel buco. Ho fatto tutto piano. Ada mi guardava senza parlare. Il telefono ha chiamato Luca. «Puoi vedere chi è?» ho detto. «No. Tu hai le mani nella pasta.» «Ma può essere mia madre.» «Dopo vediamo.» Il telefono ha chiamato ancora. Io ho guardato Ada. Lei ha preso un poco di farina e l’ha messa sopra la pasta. «Adesso la pasta è troppo forte», ho detto. «Non è forte. È ancora poca.» «Che cosa devo fare?» «Metti ancora farina. Piano.» Ho messo farina. La pasta era nelle mie mani. Prima era bianca. Poi era gialla. Ada ha preso la mia mano. «Non così», ha detto. «Fai questo.» «Così?» «Così. Prendi, chiudi, e fai andare.» «Prendo, chiudo, e faccio andare.» «Bene. Ancora.» Il telefono ha chiamato per la terza volta. Questa volta Ada ha detto: «Prendilo, se vuoi.» Ho preso il telefono. «Pronto?» «Luca, dove sei?» Era mia madre. «Sono con Ada. Facciamo la pasta.» «Hai tempo per venire?» «Non ancora.» «Ada ha bisogno di qualcosa?» «No. Ada dice che devo fare la pasta.» «Allora fai la pasta.» «Va bene.» Ho messo il telefono sul legno. Ada stava ferma. «Tua madre ha detto bene», ha detto. «Ha detto che devo fare la pasta.» «Allora fai la pasta.» Ho fatto andare la pasta con le mani. La pasta era diventata una cosa sola. Ada ha preso un legno lungo. Me l’ha dato. «Adesso fai andare questo sopra la pasta.» «Come prima?» «Come prima.» «Piano?» «Piano.» Ho fatto andare il legno. La pasta è diventata grande. Da una parte era più grande. Dall’altra era ancora piccola. «È brutta», ho detto. «Non è brutta. È tua.» «È tutta da una parte.» «Allora fai andare il legno anche dall’altra parte.» Ho fatto andare il legno. Il telefono ha chiamato ancora. Non l’ho preso. Ada ha guardato il telefono, poi ha guardato me. «Non vai?» «No.» «Perché?» «Sto facendo la pasta.» «Bene.» Ada ha messo la pasta in una parte. Poi ha preso un coltello. Ha fatto tante parti uguali. «Adesso devi dire se sono uguali», ha detto. «Non sono uguali.» «Allora guarda meglio.» «Questa è grande.» «Quella va per dopo.» «E questa?» «Questa va per oggi.» Il telefono ha smesso di chiamare. In casa si sentivano solo le nostre mani e il coltello. Ada ha messo l’acqua in una pentola. Io sono rimasto vicino al legno. «Nonna, domani posso tornare?» ho detto. «Domani hai scuola?» «Sì.» «Dopo scuola?» «Dopo scuola posso.» «Allora vieni dopo scuola.» «E facciamo ancora la pasta?» «Sì. Ma domani porti meno telefono.» Ho preso le parti di pasta e le ho messe vicino alla pentola. Poi ho preso il telefono. Ada ha detto: «Adesso puoi guardare.» Io ho guardato lo schermo. C’erano tre chiamate di mia madre. Ho scritto: «La pasta è quasi pronta.» Ada ha preso il coltello e ha acceso il fuoco. «Metti i piatti», ha detto. Io ho messo i piatti sul legno.