La nota in prestito Da quando avevo lasciato il palcoscenico, ogni rumore del palazzo mi arrivava con un giudizio già pronto. L’ascensore saliva in mi bemolle, il portone chiudeva senza ritmo, e il cane del terzo abbaiava con una discreta voce da baritono. Tommaso, invece, non apparteneva a nessuna categoria che avessi imparato a rispettare. Abitava sopra di me con sua madre, Elena, e cantava nel cortile, sulle scale e perfino mentre aspettava l’ascensore. Non prendeva una nota per caso, perché anche il caso, ogni tanto, avrebbe dovuto aiutarlo. Una sera ha ripetuto per undici volte la stessa canzone, spingendo ogni frase verso l’alto come un mobile troppo grande. Alla dodicesima volta sono salita con le pantofole buone e ho suonato il campanello. Elena ha aperto subito, con un cucchiaio di legno in mano e una macchia di sugo sulla camicia. «Signora Bianca, mi dispiace. Gli ho detto di smettere.» «Non deve smettere,» ho risposto, anche se ero salita precisamente per quello. Tommaso è comparso dietro di lei, magro, serio, con un quaderno rosso stretto al petto. «Lei era una cantante vera?» mi ha chiesto. Sul pianerottolo c’era la mia fotografia incorniciata, appesa accanto alla porta, dove mi vedevo con un vestito bianco e le braccia aperte. L’avevo messa lì io, anni prima, fingendo che fosse stata un’idea dell’amministratore. «Sono stata soprano al Teatro dell’Arco,» ho detto. «Allora può insegnarmi?» Elena ha abbassato il cucchiaio. «Tommaso, non si domanda così.» «Come si domanda?» «Si domanda quanto costa.» Ho guardato il quaderno rosso, consumato agli angoli, e poi la fotografia della donna che ero stata. «La prima lezione costa poco,» ho detto. «Dopo vediamo se vale la pena continuare.» Tommaso ha aperto il quaderno e mi ha mostrato pagine piene di parole, frecce e note disegnate male. «Vale la pena,» ha detto. Ho fissato la prima lezione per il martedì, alle cinque, quando il palazzo era abbastanza sveglio da sentire tutto. Il martedì ho preparato il salotto come se dovesse entrare un collega e non un bambino con le scarpe bagnate. Ho tolto la polvere dal pianoforte, ho messo diritto il tappeto e ho lasciato sul tavolo il mio vecchio diapason d’argento. Tommaso è arrivato in anticipo, seguito da Elena, che teneva una busta con il denaro della lezione. «Posso restare?» ha chiesto lei. «È meglio di no. Un allievo respira diversamente quando sua madre ascolta.» Non sapevo se fosse vero, ma Elena mi ha consegnato la busta ed è tornata di sopra. Tommaso si è seduto davanti al pianoforte e ha posato il quaderno rosso sulle ginocchia. «Che cosa vuoi cantare?» «Tutto.» «Tutto richiede molti anni.» «Allora cominciamo subito.» Gli ho fatto aprire la bocca, sollevare il petto e prendere aria senza alzare le spalle. Lui eseguiva ogni ordine con una precisione quasi offensiva, poi rovinava il risultato appena usciva il suono. Ho premuto un tasto e gli ho chiesto di ripetere la nota. Tommaso ne ha prodotta un’altra, più bassa e incerta, ma l’ha tenuta a lungo, con gli occhi fermi sul diapason. «Di nuovo,» ho detto. Dopo sette tentativi, la distanza tra il pianoforte e la sua voce sembrava diventata una terza persona nella stanza. «Non è quella,» ho detto. «Lo so.» «Se lo sai, perché continui a cantarla?» «Perché è quella che viene.» Ho preso il diapason e l’ho battuto contro il bordo del tavolo. La vibrazione sottile mi è passata nelle dita, e per un momento ho ricordato quanto mi piaceva far aspettare un direttore d’orchestra. «Appoggialo qui,» ho detto, indicando il centro della sua fronte. «La nota deve entrare prima di uscire.» Tommaso ha tenuto il diapason contro la pelle finché il suono è sparito, poi ha cantato ancora peggio. Ho chiuso il coperchio del pianoforte con maggiore forza del necessario. «Forse la tua voce non vuole obbedire a questo strumento.» «A quale obbedisce?» «Non abbiamo ancora finito la prima lezione.» Alla fine dell’ora, Elena è tornata e ha chiesto dalla porta come fosse andata. Tommaso mi guardava, in attesa, mentre la busta era ancora sul tavolo, intatta e troppo visibile. Avrei potuto dire che non aveva orecchio, che il lavoro sarebbe stato lungo e che il denaro poteva servire ad altro. «Ha una voce difficile,» ho detto invece. Elena ha stretto il cucchiaio che portava ancora con sé. «Difficile vuol dire cattiva?» «Vuol dire rara,» ho risposto. Tommaso ha scritto la parola rara sul quaderno rosso, con due righe sotto. Per sei settimane è venuto ogni martedì e ogni venerdì, sempre in anticipo e sempre pronto a ricominciare. Io gli insegnavo il respiro, le consonanti e il modo corretto di stare in piedi, perché sulle note avevamo fatto pochi progressi. Elena lasciava la busta sul tavolo e scendeva a fare la spesa, fidandosi della parola rara più di quanto mi aspettassi. Tommaso aveva incollato quella parola sulla copertina del quaderno, ritagliata da un foglio dove l’avevo scritta per mostrargli la erre. Una sera Elena è entrata prima della fine, con un volantino color crema e una piega netta nel mezzo. «La scuola organizza una serata per le famiglie,» ha detto. «Tommaso vuole cantare.» Ho continuato a sistemare gli spartiti, anche se erano già in ordine. «Una serata scolastica non è un teatro.» «Lo so. Però chiedono il nome dell’insegnante.» Tommaso era vicino al pianoforte, con le mani dietro la schiena. «Ho scritto il suo nome,» ha detto. «Senza chiedermelo?» «Pensavo che fosse contenta.» Sul volantino c’era uno spazio per il titolo del brano e uno per la firma del maestro. Elena mi ha porto la penna. «Se pensa che sia troppo presto, glielo dica.» Il denaro delle ultime lezioni era nel cassetto sotto le mie sciarpe, diviso in buste che non avevo voluto aprire. Non restituirlo mi era sembrato meno grave finché nessuno aveva chiesto una firma. «Canta il pezzo,» ho detto a Tommaso. «Adesso?» «Una voce rara non sceglie sempre il momento.» Ha aperto il quaderno e ha iniziato la canzone che provavamo da tre settimane. La prima frase è uscita bassa, la seconda si è spezzata, e la terza ha seguito una strada che il pianoforte non avrebbe riconosciuto. Elena ascoltava senza muoversi, e io ho capito che non aveva mai assistito a una lezione intera. Tommaso è arrivato fino alla fine, ha preso fiato e ha ricominciato dall’inizio. «Basta,» ha detto Elena. Lui ha continuato per altre due parole, poi ha chiuso la bocca. «Bianca, è questo che significa rara?» mi ha chiesto lei. Il mio nome, senza signora, ha reso il salotto più piccolo. «Significa che non assomiglia alle altre.» «Nemmeno una sedia rotta assomiglia alle altre.» Tommaso ha abbassato il quaderno, ma non ha pianto e non ha cercato il mio aiuto. Ho preso la penna e ho scritto il mio nome nello spazio del maestro. «Che cosa fa?» ha chiesto Elena. «Firmo.» «Per mandarlo davanti a tutti?» «Per accompagnarlo.» Elena ha guardato le buste che avevo tirato fuori dal cassetto e messo sul pianoforte. «E queste?» «Sono vostre.» «Tutte?» «Manca la prima. La prima l’ho guadagnata salendo le scale.» Elena ha preso le buste, una alla volta, senza ringraziarmi. «Tommaso deciderà se tornare.» «Ho già deciso,» ha detto lui. Sua madre gli ha messo una mano sulla spalla, ma Tommaso è rimasto davanti al pianoforte. Ho riaperto il coperchio, ho suonato la nota iniziale e lui ne ha cantata un’altra. Allora ho spostato le dita sulla sua nota, l’ho seguita con un accordo più basso e ho detto: «Da capo, Tommaso, e questa volta non aspettarmi.»