Luca era in ritardo Quel giorno Luca doveva andare a casa della signora Ada. La signora Ada aveva chiamato Luca per riparare tre orologi. La visita era alle dieci. Alle dieci, la signora Ada aveva già messo il caffè sul tavolo. Alle dieci e venti, Luca non era arrivato. Alle dieci e quaranta, la signora Ada aveva tolto il caffè. Alle undici, Luca aveva bussato alla porta. «Buongiorno, signora Ada.» «Buongiorno? Luca, che ore sono?» Luca aveva guardato il suo orologio. «Sono le dieci.» La signora Ada aveva guardato l’orologio sul muro. «Sono le undici.» «Il mio orologio era fermo.» «Il tuo orologio era fermo ieri. Oggi era fermo anche oggi?» «Sì. È una cosa difficile.» «Entrate, signor Luca. Gli orologi sono nella stanza.» Luca era entrato con la sua borsa. Aveva guardato il tavolo. Sul tavolo c’erano tre orologi, una chiave, un cacciavite e un pezzo di pane. «Il primo orologio non andava», aveva detto la signora Ada. «Il secondo andava male. Il terzo andava bene, ma suonava di notte.» «Posso vedere il primo?» «Prima potete vedere il pane.» «Il pane?» «Avevo preparato il pranzo alle dodici. Adesso era quasi mezzogiorno. Voi siete arrivato alle undici, secondo voi.» Luca aveva preso il pane. «Grazie. Avevo fame.» «Avete sempre fame quando siete in ritardo?» «Non sempre. Qualche volta avevo fame prima.» La signora Ada era rimasta davanti al tavolo. Luca aveva aperto il primo orologio. Aveva tolto una parte piccola, l’aveva guardata e l’aveva rimessa al suo posto. «È fatto», aveva detto. «Quanto tempo avete lavorato?» Luca aveva guardato il suo orologio. «Cinque minuti.» L’orologio sul muro aveva suonato dodici volte. La signora Ada aveva guardato il muro. «È mezzogiorno.» «Il vostro orologio va avanti.» «Il mio orologio andava bene prima che arrivaste.» «Forse aveva bisogno di me.» Luca aveva preso il secondo orologio. Aveva girato la chiave. L’orologio era partito e aveva cominciato a fare un rumore forte. «Bene», aveva detto Luca. «No, non bene. Adesso va troppo veloce.» «È un orologio giovane.» «È un orologio vecchio.» «Allora era molto agitato.» La signora Ada aveva preso l’orologio e l’aveva messo sul pavimento. «Sistemate anche questo.» Luca si era messo a terra. In quel momento la porta aveva suonato. «Chi è?» aveva chiesto la signora Ada. «Sono io», aveva detto Luca. La signora Ada aveva guardato Luca. Luca era nella stanza. La porta aveva suonato ancora. «Chi è?» «Sono io, Luca.» «Luca, siete già qui.» «Sì, ma ero anche fuori.» La signora Ada aveva aperto la porta. Fuori non c’era nessuno. C’era soltanto la borsa di Luca. Luca aveva guardato la borsa. «Avevo lasciato la borsa fuori.» «E come siete entrato?» «Non lo so.» Il terzo orologio aveva cominciato a suonare. Era mezzogiorno e dieci. L’orologio aveva suonato fino a mezzogiorno e venti. La signora Ada aveva preso il telefono. «Chiamo qualcuno.» «Chi chiamate?» «Un altro orologiaio.» «Non serve. Io sono qui.» «Voi siete qui da un’ora.» «Da un’ora?» «Sì.» Luca aveva guardato il suo orologio. «Sono le dieci.» La signora Ada aveva preso il suo orologio. «Prendete questo.» «Perché?» «Perché il vostro non va.» Luca aveva preso l’orologio della signora Ada e l’aveva guardato. «Questo va bene.» «Allora andate.» «Adesso?» «Adesso. Prima che arrivate di nuovo in ritardo.» Luca aveva messo l’orologio nella borsa, aveva preso il pane e si era avviato verso la porta. «Signora Ada?» «Cosa c’è?» «A che ora devo tornare?» La signora Ada aveva chiuso la porta. «Mai.»